Project Details
CASA LILLISIMONE | POSH MAGAZINE
Interview to lilli bertoni & simone sanfratello
by fausto colombo
pictures by francesco dolfo
On the occasion of the interview by Fausto Colombo, we opened the doors of our home to Posh Magazine for the first time. An intimate, yet deeply project-based gesture: sharing the spaces where our creative research takes shape every day.
DESIGN OLIMPICO
Weaving together art and design, architecture and graphics, in a process of sophisticated interdisciplinary fusion. This is the distinctive hallmark of lillisimone, who, with an innovative visual language, develops cutting-edge concepts for international fashion and luxury brands. A creativity born from the contrast of ideas, now accompanying the countdown to the 2026 Winter Olympic Games in Milan and Cortina, with a new installation created for Omega.
When we cross the threshold of Lilli Bertoni and Simone Sanfratello’s home, in the heart of Merate, it feels like stepping into a suspended universe.
How did you meet, and what led you to embark on a shared creative journey?
We met during our Erasmus in Hannover, Germany, and started working together there. Two contrasting minds in constant creative tension, yet deeply convinced that the landing point of our differing visions would generate something special: Simone, a pioneer in computer graphics applied to design and architecture; Lilli, more instinctive, curious, and driven by deep restlessness.
How has your academic background influenced your design identity?
We started very early, within the classrooms of the Politecnico di Milano, during a particularly vibrant time for Milan’s creative scene, tackling projects of different scales. From the beginning, we shared a clear affinity: a desire to design, to give concrete form to thoughts, to get our hands dirty with materials, concepts, and visions.
When did the lillisimone studio officially start, and how do your roles work today?
Our studio-lab took shape at the end of the 1990s with our first official project: a small home collection for Etro, made from reassembled and reinterpreted printed circuit boards. It fused a technological imaginary with an artistic vision that transcended the object itself and hinted at reuse principles, offering a new semantic to things.
Where does inspiration come from in your work? Are there rituals, recurring sources, or special places that fuel your creativity?
Inspiration is a living process, driven by constant, almost relentless research. Curiosity guides us—that visceral kind that refuses to settle or be boxed in. Travel is a key part of our approach—not just to discover new places, but to absorb atmospheres, details, and contrasts.
Olympic Countdown for Omega brought you to the international spotlight ahead of the Milano Cortina 2026 Winter Olympics. How did that idea come about?
The sculpture’s creative process is a journey that plays with perception, movement, and spatiality, inviting the viewer to interact in unconventional ways. It exists as a dynamic “gesture” that reveals itself differently depending on where you view it from.
In a creative landscape full of studios, what do you think sets lillisimone apart in terms of approach, language, or sensibility?
Our studio bears our name—lillisimone—and inevitably reflects our personal style: a two-voiced dialogue that becomes a living design language. Each project is the expression of an existential path, a narrative that blends soul and substance, turning creative intuition into tangible, authentic experiences. Our approach—and our name—is a declaration of intent: design is not just construction, but above all, life, storytelling, exploration, and experimentation.
What future do you envision for your studio, and what direction, challenge, or dream guides you today? We imagine a future that’s increasingly entropic and full of stimuli, where our work organically intertwines with the environment around us. The dimension of travel continues to deeply fascinate us—each lived experience becomes raw material for our projects, contaminating, enriching, and making them more authentic, immediate, human. We don’t follow an idealized project as much as a more universal value: the possibility of creating works, big or small, that spark direct engagement and participation in those who experience them.
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Quando varchiamo la soglia della casa di Lilli Bertoni e Simone Sanfratello, nel cuore di Merate, la sensazione è quella di entrare in un universo sospeso, dove la disciplina incontra l’immaginazione più libera. L’edificio stesso sembra custodire segreti. «È un palazzo di fine Ottocento, un tempo sede di una prefettura – racconta Lilli – e le cui cantine si dice ospitassero celle carcerarie»… «E non lontano da qui – aggiunge Simone – sorge l’ex collegio dove studiò Alessandro Manzoni». Suggerimenti che s’intrecciano con il presente creativo di questo angolo di Brianza. Li troviamo immersi nel lavoro, chini su grandi fogli e schizzi a matita, intenti a progettare nuove idee targate 2026, ancora rigorosamente top secret. Tra scaffali pieni di materiali, prototipi, oggetti trovati e una luce soffusa che accarezza le stanze, il loro mondo prende vita. Un luogo che, per la cura dei dettagli e l’atmosfera sospesa, sembra uscito direttamente dalle pagine patinate di una rivista di arredamento d’interni, di quelle che celebrano l’eccellenza estetica e progettuale. In questa casa-laboratorio, rifugio creativo e insieme lente d’ingrandimento sul mondo, Lilli e Simone danno forma al loro studio di progettazione che intreccia arte, design e
narrazione visiva con un linguaggio del tutto personale. Ci hanno raccontato di come tutto è iniziato, del loro rapporto profondo con i luoghi, delle intuizioni che diventano progetti e di un futuro che, tra fogli sparsi e idee in fermento, sta già prendendo forma. Un futuro ancora nascosto tra le pieghe della carta, pronto a svelarsi
solo a chi sa guardare oltre.
Come vi siete conosciuti e cosa vi ha spinti a intraprendere insieme un percorso creativo condiviso?
Ci siamo incontrati durante l’Erasmus ad Hannover, in Germania, e lì abbiamo iniziato a lavorare insieme. Due menti in antitesi e in perenne conflitto creativo, ma profondamente convinti che il punto di atterraggio delle nostre diverse visioni avrebbe generato qualcosa di speciale: Simone, pioniere della computer grafica applicata al design e all’architettura; Lilli, più istintiva, curiosa e animata da un’inquietudine profonda. Abbiamo trovato il nostro modo di confrontarci per raggiungere degli equilibri nuovi. L’esperienza tedesca ci ha dato la possibilità di creare moltissimo, lavorando nei laboratori più diversi, sperimentando con la ceramica, la scultura, il legno, operando in camera oscura e utilizzando i sistemi di CGI più avanzati di quel momento.
In che modo il vostro percorso di studi ha influenzato la vostra identità progettuale?
Abbiamo iniziato molto presto, tra le aule del Politecnico di Milano, in un momento particolarmente vivace per la scena creativa milanese, confrontandoci con progetti su scale diverse. Fin da subito, ci ha unito una chiara affinità: la voglia di progettare, di dar forma concreta ai pensieri, di “sporcarci le mani” con materiali, concetti, visioni. I primi passi sono stati segnati dalla sperimentazione pura, piccole autoproduzioni, oggetti ready made, ironia come linguaggio e provocazione come metodo. Ogni progetto era un piccolo manifesto. Non c’erano limiti, solo possibilità. Il design non era ancora mestiere, ma urgenza espressiva.
Quando nasce ufficialmente lo studio lillisimone e come si articolano oggi i vostri ruoli all’interno di questo sodalizio?
Il nostro studio-laboratorio prende forma sul finire degli anni ’90 con il primo lavoro ufficiale: una piccola home collection per Etro, fatta con i circuiti stampati riassemblati e reinterpretati. Un progetto che sublimava il connubio tra un immaginario tecnologico e una visione artistica, che andava oltre l’oggetto reale e al tempo stesso un’intuizione verso principi del riuso, dando una nuova semantica alle cose. Non era solo il nostro primo
incarico retribuito e riconosciuto: era il primo passo concreto verso quello che sognavamo da tempo. Lavoravamo in una piccola cantina, illuminata da grandi fari recuperati da un set. Lì dentro non c’era niente di convenzionale: costruivamo a mano gli attrezzi necessari per dare forma alle nostre idee, inventando soluzioni e tecniche, spinti dall’immaginazione. Era un modo atipico di lavorare, ma soprattutto un modo speciale di stare insieme. Condividevamo tutto: spazio, fatica, intuizioni. C’era un’anima artigiana, molto romantica, in quello che facevamo. Ogni dettaglio, ogni esperimento, ogni errore ci avvicinava un po’ di più alla nostra visione. Ancora oggi il processo creativo è il risultato di un dialogo costante tra due approcci complementari. Lilli incarna la parte più aerea e intuitiva del nostro duo: è la mente esplorativa, quella che intercetta segnali visivi, culturali e sociali, alimentando la fase di ricerca con riferimenti trasversali al mondo dell’arte, della moda, dell’architettura. Simone, invece, è la parte strutturale: è lui a prendere quelle suggestioni e a trasformarle in progetti concreti, scalabili, coerenti. Dalla definizione del sistema visivo alla scelta dei materiali, dalla prototipia alla verifica tecnica, cura ogni fase con metodo. La sua è una visione sistemica, capace di dare forma e sostanza alle idee.
Da cosa nasce l’ispirazione nei vostri progetti e quali rituali, fonti ricorrenti o luoghi del cuore alimentano la vostra scintilla creativa?
L’ispirazione è un processo vivo, alimentato da una ricerca costante, quasi instancabile. Ci guida la curiosità, quella viscerale, che non si accontenta e non si lascia ingabbiare da confini o formule. Viaggiare è parte integrante di questo approccio: non solo per scoprire nuovi luoghi, ma per assorbire atmosfere, dettagli, contrasti. Ogni città, ogni incontro, ogni oggetto ci offre spunti, deviazioni, prospettive inaspettate. Sono frammenti che poi ritornano nei nostri progetti sotto forma di materiali, cromie, volumi, concetti. Ma la creatività non viene solo dall’esterno: c’è un moto interiore che ci spinge a cercare, a vedere ciò che normalmente resta nascosto. È un’attitudine, una forma mentale che si nutre di cultura viva, liquida. Un orizzonte sempre aperto dove le discipline si contaminano e dove ogni ispirazione è lecita, purché autentica.
Scorrendo il vostro portfolio, spiccano nomi come Giorgio Armani, Fendi, Calvin Klein, Versace, giusto per citarne alcuni. Come nasce e si sviluppa il dialogo creativo con clienti di questo calibro?
Il dialogo con il cliente è un processo diretto, continuo. Spesso i brand che si rivolgono a noi lo fanno con una richiesta chiara, quasi una sfida: “guardateci con occhi che non sono i nostri”. E noi ci muoviamo in questo equilibrio delicato, quello tra rispetto dell’identità e desiderio di trasformazione. Non si tratta di stravolgere, ma di rivelare. Di aprire nuove prospettive all’interno di una traiettoria già definita, inserendo possibilità senza mai
compromettere la coerenza del marchio. Questo sguardo esterno, a volte volutamente provocatorio, diventa strumento di rilettura dell’heritage aziendale. Così, ogni progetto si trasforma in un esercizio di tensione creativa, dove il passato diventa materia viva, manipolata con rispetto, ma mai con timore. È in questa ambiguità fertile che troviamo il nostro terreno d’azione: tra rigore e intuizione, tra fedeltà e rottura, tra ciò che è e ciò che potrebbe
ancora essere.
Ripercorrendo i vostri lavori passati, ce n’è uno in particolare che sentite rappresentare in modo speciale la vostra visione artistica?
È difficile sceglierne uno che la rappresenti pienamente, proprio perché essa è in continua trasformazione. Potremmo dire, citando Hikmet, che “il più bello dei mari è quello che non navigammo”. È proprio in questa tensione verso ciò che ancora non è stato creato che si riconosce il nostro modo di intendere il fare artistico: un
racconto continuo, che si muove tra estetica e sentimento, tra ciò che ci ha formato e ciò che ancora ci aspetta. Ogni progetto è una tappa, un frammento di una ricerca che non si esaurisce, ma si rinnova nel tempo.
L’Olympic Countdown per Omega rappresenta la tappa più recente di questo percorso di ricerca, portandovi sotto i riflettori internazionali in vista delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Com’è nata l’idea dell’installazione e come si è evoluto il processo creativo che ha trasformato un semplice logo in un’esperienza visiva così potente e immersiva?
Il processo creativo che sta alla base della scultura è un viaggio che gioca con la percezione, il movimento e la spazialità, portando lo spettatore a interagire con l’opera in modi non convenzionali. Questa scultura esiste come un “gesto” dinamico che si svela in maniera diversa a seconda del punto di vista da cui viene osservata. Ogni angolo di visione diventa una chiave per decifrare e ricomporre il significato dell’opera, che in un certo senso sfida le leggi della geometria e della prospettiva. Al cuore della scultura c’è una logica complessa che mira a sintetizzare l’idea di movimento e di mutamento. Il logo o il segno grafico che compone la scultura, uno “zigzag” visivo, proprio come il tracciato sinuoso di uno sciatore che scende lungo la montagna, pur essendo statico nella sua essenza materiale, rivela una propria “vita” attraverso la distorsione delle forme, che si ricompongono solo da uno specifico punto di osservazione. Questa capacità di ricomporsi e di ripristinare il suo significato originario non è solo un gioco di illusioni visive, ma un meccanismo che invita a esplorare la relazione tra spazio, tempo e visione. La sua semplicità nella forma si contrappone alla complessità della sua dimensione spaziale. È una scultura che non solo sfida la percezione, ma ne espande i confini, mostrando come un gesto grafico possa evolversi in un linguaggio architettonico e, al tempo stesso, rimanere profondamente radicato nella realtà fisica. In questo senso, l’opera è anche un invito alla riflessione: ci costringe a riconsiderare il nostro rapporto con lo spazio, la forma e il movimento, facendoci riconoscere che la realtà non è mai una sola, ma che si svela in modo differente a seconda della prospettiva da cui la guardiamo.
Vivere e lavorare nello stesso spazio, come accade nella vostra casa-laboratorio, comporta una continua sovrapposizione tra quotidianità e progettazione. In che modo questo ambiente incide sul vostro processo creativo?
La scelta di vivere in un contesto così particolare è funzionale al nostro percorso creativo. Ci distinguiamo per un approccio progettuale intriso di sensibilità e introspezione, si va oltre le convenzioni della bellezza tradizionale per esplorare territori concettuali più profondi. Al centro di questa ricerca vi è una passione per il recupero e la valorizzazione di oggetti trovati che dialogano con icone senza tempo, elementi che, attraverso un processo di rilettura critica, vengono trasformati in protagonisti di nuove narrazioni spaziali. Questi oggetti, intrisi di memoria
e di un’anima tangibile, vengono reintegrati nella nostra casa laboratorio esaltandone la storia e l’identità. La casa ha una dimensione straordinariamente grande, con spazi dentro gli spazi, tante camere, uno specchio della complessità del nostro pensiero, anche la casa non ha un percorso lineare nella sua funzione, un po’ come ci si perde nei pensieri. Gli oggetti trovano la loro dimensione, cambiano nel tempo, si evolvono con noi tra significato, sentimenti e ricordi.
Quali orizzonti immaginate per il futuro del vostro studio e quale direzione, sfida o sogno vi guida oggi nel vostro percorso?
Immaginiamo un futuro sempre più entropico, ricco di stimoli, dove il nostro lavoro si intreccia in modo organico con l’ambiente che ci circonda. La dimensione del viaggio continua ad affascinarci profondamente: ogni esperienza vissuta diventa materia viva per i nostri progetti, contaminandoli, arricchendoli e rendendoli più autentici, immediati, umani. Non seguiamo tanto un progetto ideale, quanto un valore forse più universale:
la possibilità di dar forma a opere, piccole o grandi che siano, capace di generare un coinvolgimento diretto, partecipazione, in chi le vive e le attraversa. Restituire una progettazione sensibile, permeabile, in costante dialogo con il mondo. Aver lavorato nello spazio pubblico con questo ultimo ambizioso progetto ha rappresentato una responsabilità importante, ma anche una fonte di grande soddisfazione. Vorremmo fare tesoro di questa recente
esperienza per trasferirne le logiche e le sensibilità anche su scale e contesti diversi, continuando a costruire relazioni più profonde tra progetto, persone e luoghi.









